Discorso di Vittorio Meoni in occasione dell’inaugurazione del monumento alla donna partigiana. Volterra, 8 luglio 2007.


Cari amici, quando le compagne e i compagni di Volterra mi hanno invitato all’inaugurazione di questo monumento dedicato alla donna della Resistenza, mi è tornato alla memoria il discorso celebrativo del 25 aprile che Piero Calamandrei pronunciò a Siena nel 1955 – primo decennale della liberazione -, là dove, volendo simboleggiare la straordinaria vicenda resistenziale come grande movimento popolare e nazionale, la riassunse nella comune sorte di due donne, di due madri che – disse il grande intellettuale fiorentino – “oggi non possiamo non pensare riunite. Una è la mamma dei fratelli Rosselli, la signora Amelia: era una scrittrice, una artista, una donna di eccezionale sensibilità e cultura. Aveva tre figli: Aldo, Carlo e Nello; il primo, ufficiale degli alpini, morì nella prima guerra mondiale. Gli altri due, Carlo e Nello, furono assassinati dai sicari prezzolati dal governo fascista il 9 giugno 1937, a Bagnoles-de-l’Orne (in Francia). La signora Amelia pianse in segreto, si consumò di pianto per tutta la vita, ma non imprecò e non maledì: i figli sono fatti per seguire la loro via, per spendere la loro vita per i loro ideali. Felici loro che sono morti per una causa giusta. L’altra madre è una povera donna, una contadina, Genoveffa Cocconi, la madre dei sette fratelli Cervi. I fascisti glieli fucilarono tutti e sette, allineati contro lo stesso muro. Sul desco familiare c’erano sette scodelle, ma rimasero vuote così. Anche lei non imprecò, non maledì. Felici loro che avevano seguito la loro idea, che erano morti per una causa giusta. Ma ad aspettare invano ogni sera, lì sulla soglia, il cuore non le resse: loro non tornarono e anche lei, dopo meno di un anno, andò dietro a loro, in punta di piedi perché non se ne accorgessero. Ora queste due madri, la scrittrice colta e raffinata e la povera umile contadina, si sono incontrate, non c’è più differenza di ceto, sono solo due mamme che hanno dato i loro figlioli, tutti i loro figlioli, per la giustizia e per la libertà. In questo incontro – concludeva Calamandrei – è tutto il significato della Resistenza”. Soffermiamo la nostra mente su questa pagina di ineguagliabile spessore umano e simbologia resistenziale e – tutti noi che abbiamo vissuto la lotta partigiana – ritroveremo una, cento Amelie, una, cento Genoveffe: una borghese e una contadina, una intellettuale ed una analfabeta, alle quali dobbiamo la forza e la fortuna di avere resistito e vinto. Se mi è consentita una esemplificazione e un ricordo personali, anche la mia esperienza partigiana è legata alla presenza di due donne, tanto diverse quanto idealmente vicine: una, Patrizia, una compagna d’università, di una nobile famiglia fiorentina, di sentimenti antifascisti e che al momento della mia partenza da Firenze per raggiungere una formazione partigiana mi regalò un paio di calzettoni confezionati con le sue mani. Abbracciandomi, mi augurò buona fortuna con l’augurio di rivedersi in momenti più belli. Purtroppo, poco tempo dopo, morì in uno dei bombardamenti di Firenze ed oggi i resti straziati del suo corpo sono sepolti al cimitero delle Porte Sante nei pressi di Piazzale Michelangelo. L’altra donna, Maria, è la contadina di Montemaggio, che ci coceva il pane nei giorni di permanenza del nostro distaccamento partigiano a Casa Giubileo, non lontano dal podere della sua famiglia. I fascisti, dopo il rastrellamento e la nostra cattura, ci condussero al suo podere interrogandola su chi eravamo. Maria negò di conoscerci e, intuendo che saremmo stati uccisi, ci guardò con l’affetto di una mamma. Dopo poco avvenne l’eccidio. La storiografia della Resistenza ha un forte debito verso le donne. Bisogna attendere gli anni ’70 perché la storia delle donne – nel suo intreccio con l’uso delle fonti orali – inizi a lasciare i primi importanti segni nella storiografia della Resistenza; con l’attenzione rivolta alle espressioni della soggettività femminile, al rapporto tra guerra, Resistenza e vita quotidiana, alle modalità non armate di partecipazione. La “Resistenza taciuta” delle donne (come, del resto, quella dei militari internati in Germania) comincia finalmente ad emergere, per assumere via via la parità della lotta armata, imponendo il tema, più che ‘restituire le donne alla storia’, ‘restituire la storia alle donne’, Sappiamo i motivi di questo colpevole ritardo, il più evidente dei quali è il primato attribuito all’iniziativa in armi e la presenza assolutamente minoritaria delle donne nelle formazioni partigiane e nei gruppi armati operanti nei centri urbani. E’ la stessa normativa emanata nel 1945 che privilegia chi ha militato nelle formazioni armate e relega in secondo piano tutti gli altri, creando un filtro rigido che respinge molte forme di opposizione e molti soggetti, a cominciare dalle donne, presenti e decisive negli scioperi contro la guerra, nel sabotaggio della produzione bellica, nella disobbedienza civile, nell’aiuto ai partigiani combattenti, ai militanti in clandestinità, agli ebrei braccati e destinati alla deportazione e alla morte nei campi di sterminio nazisti, ai prigionieri alleati sfuggiti ai campi di prigionia e ospitati per lunghi mesi con il quotidiano rischio della rappresaglia nazista: la più grande operazione di occultamento e salvataggio della nostra storia che avviene in quasi totale autonomia da strutture e direttive politiche; e che non ha origine solo dalla solidarietà e dalla pietas, ma dall’avere disconosciuto mentalmente e spiritualmente la legalità fascista e avere individuato una nuova legittimità, sia pure embrionale e sotterranea. Con uno spirito simile si sviluppa l’opera delle donne nei venti mesi dell’occupazione: fra le protagoniste ci sono militanti antifasciste e dei Gruppi di difesa della donna, cui si deve l’organizzazione di lotte femminili nelle fabbriche e nella società e di una vasta attività di supporto alla resistenza armata. Spesso sono donne cosiddette comuni, che agiscono per lo più in modo individuale o in piccoli gruppi, senza avere né il sostegno di una fede politica, né rapporti formalizzati con il movimento partigiano o con i Comitati di Liberazione Nazionale. E le organizzazioni della resistenza non sono certo indifferenti a questo che potremo definire il ‘fronte interno’: al contrario, sono continui gli appelli a praticare la non cooperazione, il boicottaggio in fabbrica e nell’apparato amministrativo di Salò, l’isolamento morale del nemico. Ed è proprio l’isolamento morale del nemico che ritroviamo in una delle canzoni che i fascisti repubblichini cantavano durante le loro marce e i rastrellamenti per farsi coraggio: “le donne non ci vogliono più bene/perché portiamo la camicia nera”. Una frase che potremo scrivere anche ai piedi di questo monumento. Dunque, questo monumento è sì un omaggio alle donne nella Resistenza, ma nello stesso tempo è un omaggio a tutti i protagonisti di quel grande movimento – di donne e di uomini insieme - che è stata la vicenda resistenziale in tutte le sue componenti e in tutte le sue forme. E’ un omaggio; ma – come ci dice la stessa derivazione latina del termine – un monumento è anche un ammonimento e un insegnamento; un insegnamento attraverso il ricordo; un omaggio che è allo stesso momento un invito alla memoria. E’ attraverso la memoria, quella autentica che respinge ogni falsificazione della storia, che anche le generazioni successive a quella della Resistenza possono sentire universali e permanenti in ogni tempo i valori fondanti di quella grandiosa vicenda. Sappiamo che mantenere quella memoria richiede ancora oggi una quotidiana battaglia culturale e politica, perchè nei mezzi di informazione di massa e in una parte della stessa storiografia il revisionismo storico strumentale e l’uso politico della storia possono essere devastanti nella stessa coscienza civica e democratica di ognuno di noi. Per lo storico intellettualmente onesto rivisitare la storia è un diritto e un dovere scientifico, che tuttavia si attiene a regole che fissano un limite oltre il quale da attività intellettuale il revisionismo decade a mero strumento di lotta politica: è ciò che accade ai revisionisti intellettualmente disonesti, i quali credono di salvare la coscienza dichiarandosi “storici dilettanti” per sentirsi autorizzati con i loro scritti, sciolti da ogni vincolo scientifico, a gettare fango sulla Resistenza, raccontata in forma romanzata come un insieme di crimini di gente assetata solo del sangue dei vinti. Anche la narrazione può essere una forma di conoscenza, ma solo quando, alla forma narrativa e alla leggibilità, unisce il rigore scientifico, con il rispetto dei protagonisti della vicenda storica, dei loro sentimenti, delle loro contraddizioni, collocati nel contesto storico, sempre complesso e mai riducibile ad una sequenza meccanica di singoli eventi. La storia ha un nesso strettissimo con la politica ed è legittimo il suo uso pubblico. Altra cosa è l’uso politico che fanno della storia quei politici, giornalisti e opinionisti considerandola una specie di supermercato in cui tutto si può prendere a basso prezzo, con l’ingresso sul mercato di fiction, interviste e libri su singoli episodi storici: fenomeni abnormi di uso politico della storia che nulla hanno a che fare con la ricerca. Si tratta di personaggi che fiutano il vento e osservano attentamente il loro conto in banca. Si tratta di un becero uso funzionale alla delegittimazione di grandi forze politiche e uomini che hanno fatto la Resistenza e la storia dell’Italia repubblicana e democratica; che hanno consentito all’Italia di non fare la fine della Germania una volta terminata la guerra, di recuperare dignità dinanzi al mondo, di mantenere la propria indipendenza e unità nazionale, di darsi liberamente un nuovo e moderno ordinamento costituzionale. Certi personaggi, prima di scrivere e di parlare, dovrebbero avere la modestia e l’umiltà di soffermarsi a meditare dinanzi a monumenti come questo che qui oggi viene eretto, simbolo della lotta, del sacrificio di milioni di donne e di uomini per la libertà dell’Italia; dovrebbero soffermarsi a leggere quello straordinario monumento, non di pietra, ma di carta che sono le lettere dei condannati a morte della Resistenza: della Resistenza italiana, ma anche della Resistenza europea, per capire ancor meglio la grandiosità umana, politica e storica di un movimento che non permette né semplificazioni riduttive né colpevoli strumentalizzazioni. Ed è proprio con un richiamo alla dimensione europea della Resistenza, cari amici di Volterra, che vorrei concludere questo nostro incontro; un richiamo che ci viene da una donna, un’operaia greca, Dimitra Tsatson, condannata a morte, che prima di essere fucilata dai nazisti il 12 marzo 1943, scrive alla madre: “Mammina, perdi una figlia che non ti apparteneva, perché apparteneva prima di tutto alla Grecia. Con la mia morte diventano figlie tue tutte le figlie di Grecia, e tu diventi mamma del mondo intero, di tutti i popoli che combattono per la libertà, la giustizia e l’umanità. Sono orgogliosa, mai avrei aspettato simile onore, di morire io, una povera ragazza del popolo, per ideali così belli e alti. Sono certa che non sentirò paura innanzi al plotone, e che starò inflessibile come lo sono stata nella vita. Vorrei che la mia esecuzione avesse luogo all’aria aperta, per volgere il mio ultimo sguardo all’Olimpo e ai monti ove soggiorna il valore e la speranza della Grecia. Alla mia tomba portate, quando potete, fiori rossi. Null’altro. E battete con ogni mezzo la barbarie. Vi bacio tutti dolcemente”. Ecco: ognuno di noi ha il dovere di non dimenticare mai che anche le donne italiane, simbolicamente rappresentate da questo monumento, hanno battuto la barbarie.